adesso non ho tempo
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La carta, ho stampato delle cose su carta, tanto tempo fa. Ho stampato la tesi di laurea. E prima della tesi ho stampato un romanzo, l’ho messo dentro a un sacchetto rosso, di plastica, ho guidato fino a Milano, ho camminato seguendo la riga che avevo tracciato a pennarello su una cartina strappata da Tuttocittà, mi aspettavo di trovare Sperling&Kupfer sul citofono ma non c’era neppure la pulsantiera, niente, solo un palazzo bianco con inserti di marmo e sbarre di ferro battuto e brunito, il civico fatto con numeri di ottone molto appariscenti. E prima di quello una risma di fogli rilegata in copisteria mediante dorsi plastificati a serpentina, l’ho spedita alla Bompiani, un incarto pesante legato con lo spago, ci son voluti parecchi francobolli. E prima di quello capitoli sparsi di un racconto lungo che è finito in qualche mucchio, un file compresso e archiviato da qualche parte, c’era un orso feticcio con un fardello sulla schiena, ero soddisfatto della copertina con quell’immagine tratta da un libro per turisti proveniente da un negozio del Nevada che vendeva anche cattura sogni e lunghe pipe e copricapi intriganti. E prima di quello la finta pagina strappata dal diario di Dante Alighieri, ma forse l’ho scritta direttamente sulla carta, a penna, risale a tempi in cui si scriveva disegnando le lettere, senza l’ausilio di complicate protesi meccaniche. Riempivo con la penna Bic quaderni che avevano in copertina immagini prive di diritti d’autore, per via di quanto ti viene a costare se produci milioni di pezzi. Nuotiamo dentro a un mare di obblighi di legge e vincoli contrattuali e valutazioni di convenienza che uno per volta non hanno peso ma tutti insieme potrebbero schiacciarci. Il bello di scrivere a mano è che diventi preciso e sintetico per stanchezza fisica. Se sei pigro poi, ti danno fastidio le correzioni. Se sei ordinato poi, ti danno fastidio i pasticci. Se sei pigro e ordinato che cerchi di svuotare il cervello di tutte quelle cazzo di parole, beh, non hai tempo di riscrivere in bella, di rileggere, non hai voglia di fare tutta la fatica di, pensi solo a scrivere fino a quando il cervello rallenta, si affatica, ti dà tregua, ti permette di guardarti intorno con tranquillità, di sopportare chi ti sta intorno e a volte capita che pretende la tua attenzione. È come suonare, cantare, ballare per chi non ha talento per musica canto ballo, niente, è solo capace di blablaggiare inventare vivere nella sua cazzo di fantasia malata e spararsi le sue seghe mentali. Il quaderno e la penna ti viene il callo sul dito, lo mostravo in risposta ai suonatori di chitarra, ti stanchi fisicamente, ti viene il mal di schiena, ti si addormenta il braccio, ma sei costretto a condensare, a pensare a cento parole mentre ne stai scrivendo una, a portarti avanti come un giocatore di scacchi, per evitare di restare fermo perché non ti viene la parola, di bloccarti senza sapere come si va avanti, col cervello che lo senti mentre si gonfia dentro al cranio, incapace di contenere i pensieri, di spegnersi. Uno scrittore è vittima del suo cervello che produce immagini suoni odori anche mentre si dorme, si vive schiavi di un bisogno che viene da fuori, si nutre la buca, si odia lo scrivere e non si riesce a fare altro. Cosa vuoi che siano gli errori, la sciatteria grammaticale, ortografica, sintattica, se non una concessione al rigore, alla disciplina costruita in secoli di meticolosa applicazione quotidiana. Il computer è istigazione a delinquere, puoi scrivere a rotta di collo, alla Bombiani avevo mandato la stampata della mia prima corsa in computer, con una lettera in cui chiedevo, nel caso non avessero trovato nulla degno di interesse, la cortesia di rispedire indietro il corpo del reato. L’avrei seppellito in giardino, come il cuore sotto il pavimento in quel racconto di Poe. Dopo qualche mese ho telefonato, per sapere se l’avessero ricevuto, era posta ordinaria, senza ricevuta di ritorno, e una signorina mi disse che ricevevano molto materiale, che occorreva avere pazienza, sicuramente il mio scritto avrebbe ricevuto la meritata attenzione. Dissi che niente, volevo solo sapere se era arrivato, tutto lì, e la signorina disse non lo so, ma se l’ha spedito all’indirizzo giusto sarà arrivato di sicuro, mi chiese a quale indirizzo l’avevo spedito e siccome me l’ero dimenticato non sapevo cosa rispondere e ho detto mi scusi, grazie, e ho messo giù. Perché proprio alla Bombiani, starai pensando, non lo so, per via che avevo letto il nome della rosa e l’avevano pubblicato loro, forse per via dell’elefante, sono sicuro che ci fosse un simbolo di elefante da qualche parte perché ogni volta che penso alla Bompiani vedo il simbolo dell’elefante, o era una fontana, c’è ancora la Bompiani o ha chiuso, fa niente, ho scelto a caso, senza tener conto delle collane e della linea editoriale, mi hanno risposto dicendo ci dispiace ma le nostre collane, ma la linea editoriale, e la risma era dentro a una busta marrone molto solida e foderata di plastica a bolle, a farmi capire che la scrittura è materiale fragile, o chi scrive è fragile, non lo so, e non mi ricordo se l’ho davvero seppellito, se è sepolto in terra o in qualche mucchio di scartoffie. Mi immagino sempre che ci sia stato un dipendente della Bompiani a cui è scoppiata in mano la bomba, si è trovato a leggere centinaia di pagine senza capo né coda, frammentate, piene di errori, senza punti a capo o lunghissimi dialoghi, che in quel periodo mi pare fosse uscito jack frusciante, che non ho mai letto, scritto da come si chiama, il figlio di quell’avvocato che gli ha regalato una pubblicazione a pagamento e poi ha avuto successo, non so se è una storia vera, e c’era va’ dove ti porta il cuore, la signora lesbica che vive in campagna e adora i cani, non so se è vero, forse mi confondo, adora i gatti, i pesci rossi, ma che ne so, ma chi la conosce, per dire che uscivano libri non proprio di alta letteratura, non dico libri scritti da comici attori calciatori politici giornalisti ma insomma le librerie sono piene di libri di merda ma così di merda che vorresti disimparare a leggere, per cui la Bompiani poteva interessarsi alla mia merda, non si sa mai, e invece no. La Sperling&Kupfer invece l’ho scelta perché pubblicava Stephen King, mi son detto saranno pieni di soldi, chissà quanti libri di King hanno venduto, saranno così ricchi da volermi dare dei soldi in cambio di un racconto lungo dell’orrore, kinghiano, che l’avevo scritto cercando di assomigliare il più possibile a King, che se ti va di culo vendi milioni di copia e ti trasferisci ai caraibi. Mi aspettavo che la Sperling&Kupfer avesse sede in una villa gotica e invece era un palazzo anonimo senza citofono ma un unico bottone con scritto portineria, l’ho schiacciato, s’è aperta la serratura automatica del cancello. Sono entrato nel cortile dicendo c’è nessuno, ehilà, pensando cazzo è come una storia di King, questi si che sanno il fatto loro, e mi guardavo intorno pronto a scartare di lato per evitare l’aggressione per pazzo maniaco assassino, intanto pensavo hai capito il signor Sperling, hai capito che dritto mister Kupfer, e mi sono avventurato sulle scale, per stare al gioco, con sorriso da uomo di mondo che non se la prende quando è vittima di facezie, quando ho sentito gridare ‘fermo’, e più forte, ‘dove sta andando?’, un signore anziano con la divisa stretta e la scopa in mano, tenuta come se fosse pronto a darmela in testa, ‘cosa vuole?’. Fissava il sacchetto di plastica rossa, forse pensava fossi un ex carcerato che va in giro con la scusa di vendere penne e fazzolettini di carta mentre progetta di venire di notte a svaligiare. Allora mi sono alterato e ho detto chi è lei piuttosto, io devo consegnare un manoscritto alla Sperling&Kupfer. Tecnicamente era pura verità. Lui ha detto aspetti qui, è entrato a telefonare e poi mi ha detto ‘può salire’. Sono rimasto seduto quasi un’ora in attesa del responsabile editoriale, non ho voluto lasciare il manoscritto alla segretaria che mi guardava come se fossi matto. Che c’è di così strano nel voler consegnare a mano il proprio manoscritto al responsabile editoriale di una casa editrice? A me sembra la cosa più naturale del mondo. Siamo persone civili, viviamo in una società civile, e abbiamo paura di tutto e di tutti, allora tanto vale essere selvaggi in una società selvaggia. Comunque se erano ricchi non lo davano a vedere, un ufficio deprimente, una segretaria che batteva a macchina usando tutte le dita – ti ho mai detto che la dattilografia mi intristisce? Passo tutto il tempo a pensare che la disposizione dei tasti è studiata per rallentare il processo -, anche le porte non erano antiche, era tutto moderno e funzionale, roba da tavoli di formica in cucina e scaldabagno elettrico, le grandi conquiste del benessere sociale, anche il responsabile era vestito normale, non sembrava un degno funzionario della Sperling&Kupfer ma un attore più adatto alla parte di un quadro dirigente di basso livello, la giacca grigia sulla camicia bianca, il taglio di capelli alla finto sciupato, ti dirò che non avevo più voglia, volevo uscire a metà film, alzarmi prima del dolce, e infatti mi sono seduto, una seggiola da bar, e ho detto probabilmente al momento non avete in previsione di, le selezione per le vostre collane attualmente sono, la vostra linea editoriale prevede unicamente acquisti di diritti su pubblicazioni estere, e lui era sempre più contento, si vedeva che era sollevato all’idea che mi scavassi la fossa da solo, mentre io volevo far capire loro che uno può arrivare con un sacchetto rosso in mano e non creare problemi, anzi, quando vede in che cesso di posti la gente è costretta a passare otto ore al giorno, beh, gli dispiace anche un po’. Nel mondo ci rimane ben poca poesia, e quella poca sa di tappo.

Raffaele Birlini

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