adesso non ho tempo
comprese importanti informazioni per la sicurezza

Dic
19

omento solo per dirti che ho visto un barometro, ero all’Orio Center, la seconda uscita, non sbagliare altrimenti ti ritrovi in tangenziale, le arterie metropolitane, gli svincoli, direzioni obbligate, ti tocca fare un giro che non lo consiglio a nessuno, ti ritrovi a passare vicino a certi caseggiati amaranto, certe rotonde sdraiate sotto i cavalcavia, questo inconveniente logistico è dovuto al fatto che l’Orio Center è separato dall’aeroporto omonimo, ci passa in mezzo l’autostrada, l’Orio aeroporto e l’Orio centro commerciale si guardano senza toccarsi, fra di loro mezzi pesanti nella corsia dei veicoli lenti, i trasporti eccezionali con la scorta di luci e bandierine, le berline silenziose, le utilitarie su di giri, i furgoncini immatricolati a uso promiscuo che vengono ammortizzati rilasciando microparticelle di gomma vulcanizzata, c’è questa cortina sull’autostrada che odora di carburante volatile e olii minerali surriscaldati, mi sei venuto in mente quando ero all’Orio Center e guardavo un barometro, era i mezzo a globi terracquei impegnati a ruotare sospesi nel nulla, immagino venga sfruttata una forma di induzione magnetica, forse una fisica di origine elettrica con ombelichi adatti alle prese dei cavi di alimentazione, fili neri lunghissimi con dentro un traffico di particelle destinate all’autodistruzione, il boato dell’antigravità laggiù, oltre il limiti dello spazio profondo, mi son detto quando torno a casa devo raccontarlo a Koch, chissà la faccia che farà quando gli dirò del barometro, la sfera di vetro con dentro del liquido verde, da sotto fuoriesce un tubo trasparente che risale lungo un meridiano e se il livello del verde è alto allora c’è il sole, altrimenti pioverà, tutto qui, semplice, diretto, ventiquattro euro e cinquanta, è la pressione, non ci si scappa, è un dato di fatto, poi mi sono distratto, ho dimenticato, c’erano le vetrine, le persone, oggetti e parole dappertutto, manichini in posa in mezzo a carta rossa e nastri dorati, su un cartellone c’era scritto che persino regalarlo è divertente, c’era piovono polpette in fermo immagine su un quaranta pollici in offerta, trapunte scarpe dolci radiocomandi libri frullatori gioielli, molto vetro, soprattutto molto vetro, per far passare la luce, per far passare la vista, autostrade di vetro invisibile e da qualche parte, in un cielo nascosto dalla cupola squadrata a proteggere il benessere elargito con mani meccaniche dalle poltrone a massaggio che funzionano a moneta, oltre le fontane gemelle con canne di bambù plastificate e filtri a carbone attivo intasati da cartacce e mozziconi, le turbine degli aerei che salgono e scendono lungo il corridoio autorizzato, ho detto il barometro me lo compro per natale e soddisfatto dal sentirmi così deciso nel portare a termine un proposito me sono andato un po’ sulle scale mobili, mi sono raffigurato la scena del barometro sulla scrivania, ho bevuto un caffè, mi sono costruito un dialogo mentale fondato su pregi e qualità del barometro, poi mia moglie ha finito di fare quello che doveva fare e mi sono rimesso in macchina, le ho detto te lo dico prima, le ho detto adesso metto un disco, le ho detto non ti lamentare della musica, lei non ha detto niente, allora ho inserito un cd masterizzato con musica strumentale con titoli come una canzone per i nostri padri, è naturale avere paura, sei giorni sul fondo dell’oceano, con occhi stanchi menti stanche anime stanche noi dormimmo, mia moglie si è lamentata e io ho detto shhh, cosa ti ho appena detto?, ma lei siccome è fatta così è andata avanti a lamentarsi, poi ha messo la sua mano sulla mia e ha detto ti ricordi quanto ci siamo voluti bene, e io siccome mi bruciavano gli occhi come se ci fosse un nebbione, ho detto siamo stati fortunati che oggi non c’è la nebbia, ho cambiato la marcia e ho detto questa è musica classica, immaginala suonata da un’orchestra di ottanta elementi, e lei ha tolto la mano e non ha detto più niente, e a un certo punto mi sono ritrovato da solo nei campi, neve e fango dappertutto, il telefono mezzo scarico con una sola tacca e un credito residuo di sette euro, me ne stavo lì in piedi nel vento a sentire male alle orecchie e a guardarmi le scarpe, un paio di scarpe leggere, da ginnastica, che non mi avrebbero s

Raffaele Birlini

Metavari – Kings Die Like Other Men

Giu
11

Sì better than papa fa molto ridere è per questo che l’ho messo, anche a me fa molto ridere quasi quanto quei vecchi film di Luis de Funes te li ricordi? c’è qualcuno? qualcuno può dirmelo? quelli che c’era lui piccoletto e pelato sempre incazzato che abitava in quelle case psichedeliche anni 60 col praticello e il vialetto d’accesso fatto con pietre rotonde o marmo e fontanelle e sua moglie era tipo casalinga sexy che combinava dei gran casini, oppure era lui che combinava dei gran casini e faceva ricadere la colpa sulla moglie, o sulla figlia che era super sexy coi capelli phonati, oppure sua moglie era super sexy con vestiti giallo ocra che sono stati la causa del mio daltonismo, e la casa dove abitavano era assurda, con le pareti viola, tipo, o coi divani psichedelici zebrati o zigrinati o leopardati o fucsia, con le lampade e i mobili con forme così assurde che ci mettevi un po’ a capire che erano lampade o mobili, e lui girava piccoletto pelato sempre incazzato e inveiva contro la moglie o la figlia, oppure ce n’era uno che uscivano di strada con la macchina e finivano sopra un albero e tutto il film erano loro dentro la macchina sopra l’albero, ci puoi credere? tutto il film lui piccoletto dentro la macchina sopra l’albero con moglie e figlia sempre incazzato che inveiva contro moglie e figlia che a loro volta inveivano contro di lui perché guidava di merda ed era uscito di strada e ora erano finiti sopra l’albero con tutta la macchina e nel corso del film si spezzavano alcuni rami, la macchina si inclinava ora di qua ora di là, si abbassava ora sul dietro ora sul davanti, e loro strillavano e Luis de Funes gridava ora basta non ne posso più, o qualcosa del genere, e tutto era molto psichedelico e anni 60 e con colori strani che hanno fomentato il mio daltonismo. Poi c’era anche Jerry Lewis naturalmente ma Luis de Funes era un’altra cosa. Jerry Lewis era americano e doveva fare sempre le cose in grande, aspirapolveri volanti impazziti nei grandi magazzini, grosse quantità di persone a cui per colpa di Jerry Lewis capitavano incidenti anche gravi, donne di una certa avvenenza che cadevano dalle scale per colpa di Jerry Lewis, faceva ridere non dico mica che non faceva ridere, ma era sempre tutto un po’ così come le cose americane no? ce l’hai presente? potete dirmelo? qualcuno se lo ricorda? faceva ridere ma era tutto un po’ così come le cose americane, un po’ finto no? un po’ plasticato, niente a che vedere con la psichedelia di Luis de Funes, Luis de Funes eravamo su altri livelli, altro che Jerry Lewis, che poi a un certo punto è arrivato quel cazzone di Dean Martin e allora lì bon, croce sopra, ogni tre per due c’era il cazzone che si metteva a cantare, lo facevano per far vedere che andava tutto bene, che non c’era da preoccuparsi, che Jerry Lewis combinava dei casini ma poi andava tutto bene, gli aspirapolveri impazzivano ma era per finta, guarda vedi? se guardi bene si vede che il fondale è tutto finto, è tutto plasticato, e invece Luis de Funes la macchina sull’albero c’era per davvero, ce l’hanno messa per davvero la cazzo di macchina sul fottuto albero, e Luis de Funes era davvero là sopra negli anni 60 piccoletto e pelato, a strepitare bloccato nella vettura sopra l’albero con sua moglie e la figlia e l’amante della figlia, o della moglie, o il figlio. Oppure si scambiavano le valigie, lo scambio di valigie o borse o buste era un classico nei film di Luis de Funes, ad esempio Luis de Funes tornava a casa incazzato (era già incazzato fin dall’inizio del film anche se non era ancora successo niente) e apriva la porta di casa e già la scenetta del rientro con la moglie con quei vestiti dai colori improbabili e la figlia con quei capelli assurdi e lui era alto 1 metro con la voce gracchiante e posava la valigia e la apriva e saltavano fuori chili di biancheria intima da donna, tipo, oppure chili di soldi rubati, o chissà che altro, perché alla stazione gli avevano scambiato la valigia, e la moglie e la figlia gli piazzavano un casino, pensavano che era stato lui, dove hai preso tutti quei soldi, chi te l’ha data tutta quella biancheria intima, e lui s’incazzava e cominciava a inveire con la sua inconfondibile voce gracchiante, e poi suonavano alla porta ed erano gli scagnozzi del gangster a cui appartenevano i soldi e la figlia si innamorava di uno degli scagnozzi ecc, e poi scappavano con la macchina e uscivano di strada e finivano sopra l’albero, e non c’era nessuno che rompeva le balle mettendosi a cantare di punto in bianco. Altro che Jerry Lewis. Jerry Lewis a Luis de Funes gli fa una pippa. Poi cos’altro ti posso dire. Ho oltrepassato la metà della scopa del sistema e continuo a ripensare alla dedica che mi ha colpito molto, dice: questo progetto è dedicato a. Non questo libro o questo romanzo o questa cosa o, come ha fatto una volta King, questo cupo scrigno di prodigi. Cupo scrigno di prodigi, chissà cosa aveva bevuto. No, la scopa del sistema lui dice: questo progetto è dedicato a. Pesa, la parola progetto. E niente, comunque ho oltrepassato la metà e Lenore sta per andare a letto con Wang-Dang Lang e finito questo mi mancano solo due o tre saggi piccoli e qualche racconto e poi avrò letto tutto quello che è stato tradotto di DFW, e niente, ora se mi è concesso un po’ di humour nero mi vien da dire meno male che si è ammazzato, perché sennò avrebbe scritto ancora e io avrei dovuto leggere ancora roba sua, non avrei potuto farne a meno, avrebbe trasceso il mio controllo, e invece così posso intravedere una fine come in effetti vedo, una luce lontana che è la fine del mio lungo trip nella testa di DFW, la vedo, in effetti, fioca e lontana e azzurra e fredda ma pur sempre una luce, e sono sollevato, la notte è un po’ meno nera, le spine pungono un po’ meno. Poi cos’altro ti posso dire. Già che son qui ne approfitto per dirti un po’ di cose perché poi non so quando tornerò, magari quando tornerò sarai andato via, o magari me ne andrò via e non tornerò come la bisnonna di Lenore, oppure sarò a Skyrim, sono tornato a Skyrim perché mi ero dimenticato di fare alcune cose fondamentali tipo recuperare la Stella di Azura, la Stella di Azura è una gemma dell’anima con cariche infinite il che come puoi immaginare è una pacchia, perché le gemme dell’anima normali le usi una volta e poi si distruggono, ed è una menata, bisogna sempre andare in giro a trovare gemme dell’anima, e poi non le trovi, trovi quelle piccole che ci stanno delle anime di merda, anime di lupi o ragni o piccoli animali, e allora bisogna tornar sempre a girare nelle profondità di dungeon multi-livello all’altro capo della mappa e andare fino all’ultimo piano in fondo, nelle cripte, a cercare le gemme dell’anima grandi, e non è detto poi che si trovino, ed è una gran menata, e alla fine passi tutto il tuo tempo a cercare ste cazzi di gemme dell’anima, sicché ora ho deciso di recuperare una volta per tutte la Stella di Azura che abbinata al martello-trappola-anime già in mio possesso a quel punto sarò a posto, e non vorrò mai più vedere una gemma dell’anima manco in cartolina e sarò a posto, potrò farmi i cazzi miei e sviluppare le mie missioni in tutta tranquillità senza sempre stare con l’ansia di trovare quelle fottute gemme per l’anima. Bon, 1306 parole penso che per oggi possano bastare, sono le due del pomeriggio fa un gran caldo penso proprio che me ne andrò a

Giu
06

No, davvero, non posso, sono pieno di casini, com’è che dicono, viviamo tempi difficili, cosmopolis l’ha visto mia mamma che dichiara dieci anni di meno ma ha la tessera per gli anziani, gli anziani hanno un sacco di diritti, io le ho detto quale, quello dell’androide, lei ha detto non mi pare, ho detto massì dai quello dell’androide ho visto il trailer su youtube, lei ha detto non lo sapevo, adesso che me lo dici il film assume nuovi significati, e io le ho detto massì, il regista famoso, l’attore fa la parte dell’androide ultimo modello, e lei ha detto faccio bene a parlarne con te dei film perché li capisco solo dopo che tu me li spieghi, quindi è un androide che deve andare a tagliarsi i capelli, e io ma quali capelli, lei dice c’è lui che deve andare a tagliarsi i capelli ma a me non sembrava che fosse un androide, nel film non si capisce, e io le ho detto ma cosa, non ha gli occhi azzurri, e lei non lo so, non ci ho fatto caso, perché l’androide ha gli occhi azzurri, non lo so, mamma mi stai facendo venire i nervi, per dirti come sono messo, io non sono qui, non ti sto davvero scrivendo, son passato solo per dirti che mi hai fatto ridere con la jpg sul tuo blog ieri, il livello 64, better than papa, ho riso, dentro, ho riso forte dentro di me, nei polmoni, quindi considera questa come gli spezzoni nei titoli di coda, quando ci mettono scene divertenti, finte, le girano apposta per metterle nei titoli di coda, dove gli attori scoppiano a ridere mentre dicono una battuta triste oppure inciampano, si ingozzano con la saliva, dicono parolacce guardando in camera, si impappinano, giocano a improvvisare, perché domani finisce la scuola e io d’estate non scrivo niente, sopratutto d’estate anche se non è più come tanto tempo fa, quando significava giorni e giorni senza pressioni, impegni, si stava in giro con la bici e ogni giorno era un lento avvicinarsi al giudizio dell’autunno, con le sue pioggerelline, le nebbie, la luce che si allontana punendoti con tramonti alle quattro del pomeriggio, il disinteresse di un mondo in cui piante e animali hanno deciso che non vale la pena, che se si girano di là e fanno un pisolino magari nel frattempo muori, si svegliano a primavera e festeggiano i morti, di quanti uomini ci ha liberato stavolta l’inverno, e il fatto di esserci quando torna l’estate è una conquista da celebrare, la nostra presenza diventa un’imposizione giustificata nei confronti della natura, una vendetta spacciata per risarcimento, come la finta compiacenza del vincitore nel riscuotere i risarcimenti di guerra, come certe suocere che ci tengono a sottolineare che non fanno caso a, non controllano il, e quando vanno a casa godono all’idea che il mondo dei figli sia peggiorato e che sentiranno per sempre la mancanza dei custodi e garanti del motel belvedere, paradiso del tempo perduto, e invece i bambini di oggi hanno le vacanze incasellate, programmate, due settimane al grest, una dai nonni, due con mamma e zia nella casa al mare, poi arrivano le ferie di papà e tutti in montagna che a lui piace svegliarsi presto e andare a camminare, quando ai miei tempi si usciva a fare un giro e si stava ore al bar a succhiare ghiaccioli e ficcare monete nei videogiochi, a fumare di nascosto le sigarette nei campi, a bagnare i piedi nei fiumi senza timore di restare contaminati da fertilizzanti chimici, scarichi fognari e sostanze tossiche non meglio specificate, a schiaffeggiare tafani sulle gambe, cacciare i ramarri, fare incursioni nei paesi vicini per impennare e pavoneggiarsi con le femmine del posto, adesso li vedi lì mezzi rapati che gesticolano, appollaiati sulle panchine scarabocchiate con l’uniposca fluo, nell’immancabile piazza del fottuto garibaldi, con quei berretti da psicolesi e le magliette larghe, i tatuaggi e il piercing, i calzoncini da rapper col cavallo alle ginocchia, che dicono fanculo e merda e testa di cazzo, non capisco nemmeno cosa stanno dicendo son tutte parolacce quando non una lingua straniera, non so da te ma qui da me per strada sembra di essere a new york, una cittadina del cazzo affossata dentro alla merdosa provincia, territorio a vocazione agricola, così lo chiamano i fricchettoni del linguaggio forbito, i mi sento così intellettuale stamattina che se non dico qualcosa di intelligente entro i prossimi cinque minuti sento che mi scoppierà la testa, zona classificata formalmente dal governo come depressa, io vivo in una zona che è depressa da quando è fallita l’Olivetti, eppure sembra di stare nella cazzo di grande fottuta mela, non ce n’è uno che parla italiano, parlano lingue africane, lingue asiatiche, vai al parco e non sai dove metterti c’è la zona sudamerica, la zona drogati, la zona barboni, la zona africa, e gli indiani che li riconosci per via di quella roba che hanno sulla testa, mettono chili e chili di capelli dentro una specie di cuffietta che sembra c’abbiano un tumore in cima alla testa, e le donne girano in vestaglia e gli uomini hanno sempre l’aria di chi ha pestato una merda, e senza di loro si ferma la produzione di latte e formaggio, sono loro che curano il nostro bestiame e escono di notte a manovrare chiuse e posizionare trattori per irrigare le nostre terre coltivate a monocultura, sementi brevettate e fissanti dell’azoto, in questa zona depressa dove tutti hanno ereditato dai genitori il negozietto e il bilocale per le vacanze tutti gli anni in liguria o in trentino, qui dove se ti fai male c’è un ospedale con attrezzature spaziali e medici pronti a prescrivere esami milionari pur di fare una diagnosi accurata della tua malattia, che tu abbia vent’anni e tre figli o novanta e un piede nella fossa, che nel dubbio ti dicono tumore e operano, se sopravvivi dicono ne abbiamo salvato un altro dal cancro, altrimenti dicono servono più soldi da destinare alla ricerca, ma senza far male agli animali, mi raccomando, i ratti di laboratorio sono sensibili e hanno i nostri stessi diritti, se proprio usate feti umani, chissene degli embrioni, c’è pieno di sperma che altrimenti finirebbe sprecato, giù nello scarico dei cessi, c’è pieno di ovuli umani in vendita, anche su internet, che poi fanno schifo a vedersi, è come trovare un embrione di pulcino nell’occhio di bue, ti viene da vomitare solo a guardarlo, ricorda una cosa morta per assuefazione alla cattiveria, rattrappita e disidratata per una esclusiva e costante tensione al male, fino a quando non rimane che la pelle collegata tramite un tubo di carne bluastra a un gigantesco sacco di malumore e insoddisfazione, sono cose, non ci si crede che ci sia dentro la vita, sono come dei semi che non ci si crede che a piantarli verrà qualcosa di diverso da un obbrobrio, meglio mangiarli, distruggerli, non sono cose in grado di camminare in modo buffo o fare le fusa, e poi vai in centro in piazza duomo o al mercato del sabato mattina e incontri le badanti e le ragazze a ore che vengono pagate in nero per pulire le case di signore che possono permettersi un aiutino in casa, e dicono ai figli oggi la signora gina, perché le ribattezzano, utilizziamo schiavi e gli diamo il nome d’arte, come facevano gli imprenditori dell’industria tessile nei campi di cotone, tu da oggi non ti chiami più umbudu, risponderai al nome di abraham, capire tu cosa io dico te?, sì buana, la signora gina ha pulito la tua stanza e ci ha messo tre ore, cerca di essere più ordinato, così in questa zone depressa che lo stato ti dava dei soldi se decidevi di stare qui vai nella main street, queste fottute cittadine di provincia hanno tutte una main street, si chiama via mazzini o xx settembre e vittorio emanuele ma è uno cazzo di main street dove la gente va avanti e indietro il sabato e la domenica per avere l’occasione di mettere gli occhiali scuri, spendere per un gelato o un aperitivo gli stessi soldi che spenderebbe a venezia o a parigi e far vedere a tutti gli invidiosi compaesani che lusso di vestiti può permettersi da queste parti una personcina di successo, e incontri signore tracagnotte che parlano fra di loro in lingue dell’ex-cintura sovietica, parlano anche francese e inglese, mi sembra di vivere a Marsiglia, a Costantinopoli, nella Bahia dei tre caballeros, vendono kebab e cibo di importazione nel negozio dove trent’anni fa c’era un’autofficina riparazioni, c’è ancora la scritta a vernice sul muro dietro l’insegna nuova al neon, poi c’è entrata la western union per mandare i soldi in giro per il mondo, poi il negozio per le telefonate intercontinentali e l’internet point, poi le cineserie tutto a meno di un euro, poi il supermercato etnico che non lo so cosa vende, è tutto scritto in arabo, non si capisce un cazzo, potrebbe essere polvere di testicoli di rinoceronte o biscie secche e cavallette fritte, e di fianco c’è una pasticceria di cannoli siciliani e un negozio di parrucchiere con sempre qualche cinese appoggiato alla vetrina che guarda, non si sa cosa, quando mi giro i cinesi della parruccheria cinese stanno sempre guardando qualcosa, lontano, ma non si capisce mai cosa cazzo guardano, danno l’idea di far finta di osservare qualcosa solo per il gusto di far finta che non ci sei, come si fa coi cani che ti sembrano feroci e non vuoi provocarli, e ti vien voglia di scusarti, scusa signor cinese se per caso ti sono entrato nell’inquadratura, vado via subito, tu continua a pompare soldi nel pil nazionale, grazie per aver scelto la nostra zona depressa, per cui l’estate di allora, senza cellulari, che dicevi torno per cena, che smontavi il carburatore della vespa solo per trascorrere un pomeriggio diverso e sentirti capace di fare qualcosa di concreto nella vita, mentre in america i coetanei si esaltavano per un lavoro estivo come imbustatore di spesa o cameriere di fast food, noi qui si cazzeggiava, si guardava andreotti fare melina alla tv, ci si abituava a impersonare la generazione fantasma, quelli che non ti preoccupare ci pensiamo noi, tu pensa solo a goderti la vita che sei sempre in tempo, la prossima volta, più avanti, quando si libera un posto fisso ti telefono, e oggi stiamo ancora aspettando, abbiamo passato la vita a imparare come si consuma, perché noi siamo la spina dorsale dell’economia, senza consumatori non hanno nessuno a cui vendere le cose, per cui ci pagano per consumare, come quando eravamo piccoli, noi esistiamo come contrappeso, come il fastidio necessario, siamo le macchie in lavanderia, gli affamati in cucina, i malati in ospedale, il bello è che noi gli crediamo quando ci dicono che il loro scopo è fare in modo che in futuro non esistano più persone come noi, che stanno lavorando perché la maggior parte dei bisogni soddisfatti dall’economia svaniscano, così che noi ci si possa dedicare completamente, anima e corpo, alle attività davvero importanti, che non è lavorare o consumare, no, è contemplare l’assuluta mancanza di necessità insoddisfatte, ci dicono vedrete, un giorno tutto sarà perfetto, e noi gli diciamo sì, certo, adesso però intanto che finisci di lavorarci sopra per benino se mi dai la paghetta così io se ti sta bene siccome è una bella giornata ho pensato che se mi dai qualche soldo io nel frattempo me ne andrei a fare un giro. Tu intanto scrivi pure, ti leggo anche se non ti rispondo, forse torno dopo l’estate, ma non mi aspettare in piedi.

Raffaele Birlini

Giu
04

Certo uhm, sì sì. Ultimamente mi sento, non c’entra il terremoto, è una cosa che c’era già prima, ultimamente mi sento, hai presente fight club quando lui torna a casa e trova la casa bruciata, l’appartamento saltato per aria, i suoi effetti personali sparsi sulla strada sottostante, i vigili del fuoco, i pezzi dei suoi mobili, e c’è un click, un flash back, un comesichiama, quelle cose che ti fanno vedere quello che è o potrebbe essere successo o quello che il protagonista si immagina che possa essere successo in sua assenza, il gas lasciato acceso, una scintilla, l’appartamento che salta per aria, i tuoi effetti personali che si polverizzano e li trovi a brani, a brandelli, sparsi sull’asfalto nero della strada sottostante al tuo rientro a casa dopo una giornata di duro lavoro, e così scopri di non avere più una casa, di non avere più i tuoi pochi effetti personali, ecco ultimamente mi sento come se quando torno a casa trovo la casa bruciata, polverizzata, i miei pochi effetti personali saltati per aria ridotti a brani sul porfido sottostante, i curiosi che guardano per aria e dicono cos’è successo, avrà lasciato il gas acceso, una scintilla, si sarà addormentato con la sigaretta e bla bla, sicché lui a quel punto del film chiama brad pitt che poi si scopre che brad pitt non esiste, è lui stesso che è diventato matto, e ricordo quando lo vedemmo al cinema in quel momento quando si scopre che brad pitt non esiste e che non è altro che lui stesso che è diventato matto tutto il cinema fece ohh, tutta la gente in sala trasalì in modo palpabile, tutti dicemmo ohh e smettemmo di sgranocchiare i nostri pop corn e ci sfilammo dalle labbra le cannucce delle nostre coche cole, qualcuno applaudì, qualcuno rise, una ragazza disse qualcosa di volgare e per tutto il resto del film si sentì la gente che parlottava, che si dava di gomito e che non sgranocchiava più i suoi pop corn e non sorbiva più le sue coche cole. Ultimamente provo questa cosa qui quando sono fuori di casa, quando sto per tornare a casa, provo la certezza che troverò la mia casa bruciata o saltata per aria. Ma poi naturalmente la mia casa è ancora lì nella sua posizione originaria e posso accedervi in tutta calma e andare a dormire fino al giorno o alla notte successivi finché dopo uno o due giorni o notti ritorna la sensazione che la casa sarà bruciata o saltata per aria al mio rientro, ma poi naturalmente non è così, la casa è ancora dove è sempre stata e posso accedervi con comodità e togliermi le scarpe mettendomi a mio agio nell’intimità dei miei spazi familiari circondato dalla familiarità dei miei pochi effetti personali ecc. Poi i sogni certo, i sogni sono un altro paio di maniche. Di recente nei miei è comparso un vecchio con la faccia da pesce che sta sempre zitto seduto al tavolo di una squallida cucina a fare un solitario con le carte, oppure a volte non fa niente, sta seduto lì con la sua faccia da pesce e sta zitto, oppure a volte grida dei numeri, quando grida la sua bocca si sporge ed è nera e sembra un pesce che sta morendo e grida dei numeri, ad esempio il ventitré, e la sua voce non è forte come dovrebbe essere considerato che sta gridando, probabilmente perché è molto vecchio e se volessi fargli del male potrei farlo con enorme facilità, e al muro della cucina è appeso un quadro con un disegno a matita di una vecchia che fa un solitario. A volte nella cucina assieme al vecchio c’è una donna in piedi che è una donna che vuole abitare nella casa del vecchio ma il vecchio le chiede troppi soldi e io dico al vecchio di non chiedere così tanti soldi per quella casa che a ben vedere è una casa di merda e il vecchio grida con la sua faccia da pesce morto e la donna non sa bene cosa fare e sta per andar via e io le dico di aspettare un attimo, di non andare via perché vedrai che riesco a convincere il vecchio a farle pagare meno, è un vecchio rimbambito che non ha il diritto di chiederle tutti quei soldi per quella casa che come possiamo ben vedere tutti e tre, io il vecchio e la donna, è una casa che cade a pezzi. Ma il vecchio non sembra capire quello che gli diciamo io e la donna. Picchiarlo sarebbe l’unico modo per convincerlo ad abbassare il prezzo dell’affitto ma non ho il coraggio di picchiarlo e la donna sta per andare via e io le dico di aspettare ma so che presto andrà via e rimarrò solo col vecchio col desiderio di picchiarlo ma senza il coraggio di alzare le mani. Oppure sogno mio padre che scivola per dei pendii verdi. Scivola come se fosse su una tavola da surf o uno snowboard e si diverte come un matto e i pendii sono verdi ma non di erba, sembra terra verde o sabbia verde o neve verde, un verde così brillante da far male agli occhi. Una volta ho letto da qualche parte che i sogni ricorrenti sono pericolosi perché ti mettono dei dubbi sul fatto che la realtà siano i sogni e non la realtà, cioè che quando ti svegli stai in realtà sognando e i sogni sono in realtà la realtà di quando sei sveglio ma a questo punto ormai direi che non ha più importanza. Ultimamente mi piace molto dire cose tipo a questo punto ormai non ha più importanza, mi fa sentire come se ho raggiunto delle cose tali che mi posso permettere di dire riguardo a una certa cosa che altri ritengono importante che a questo punto ormai non ha più importanza. È un modo come un altro per non sentirmi buggerato, tradito, fottuto, preso per il culo, preso all’amo, preso nella rete, bidonato, fottuto, marcio & dimenticato. Ho visto cosmopolis adesso te lo racconto. Il libro l’avevo letto e m’era piaciuto molto anche se alcuni pezzi non li capivo. Mi capita così con delillo, molti suoi pezzi non capisco dove voglia andare a parare. Cosmopolis in particolare, parecchi pezzi non li capivo, mi sembravano inutilmente complessi in un libro così corto. Per esempio un altro suo libro, i nomi, quello che comincia col tipo in grecia, era pieno di pezzi complessi ma li capivo, mi dicevano qualcosa. Cosmopolis invece dicevo boh. Comunque il film non è un granché, l’attore è quello dei vampiri che fa delle facce strane, strani micro-movimenti facciali che sembra che cronenberg gli ha detto: a questo punto fai questo micro-movimento facciale, e lui lo faccia ma senza capire bene perché lo faccia, oppure che non abbia capito bene il tipo di micro-movimento da fare e ne faccia un altro in sua vece e cronenberg dice: no guarda, intendevo un altro tipo di micro-movimento, ma forse in effetti va bene anche questo, aspetta che riguardo il girato. E via discorrendo. Il finale mi è piaciuto. Mi è piaciuto quando trasportano il topo gigante e quando entrano i gaglioffi nel locale e lanciano i topi e anche quando la limousine deturpata entra nel garage alla fine della notte. Mi è piaciuto il funerale del rapper e anche la canzone ma nessuno in sala ha smesso mai per un secondo di sgranocchiare i suoi pop corn.

il topo diventò l’unità monetaria

Mag
25

Vedi, amico mio, le cose stanno così. C’è chi smette e chi insiste. Ci dicono che è meglio insistere, ci dicono che ci si deve rialzare. Son qui solo perché stanotte ho fatto ancora quel sogno, dopo te lo racconto, prima voglio darti la mia opinione sul fatto di smettere, sul pericolo insito nello svolgimento della funzione. È il mio lavoro, sono stato costruito così, per funzionare in un certo modo. All’inizio fai tutto, non c’è nulla che non puoi fare, non c’è nulla che non fai, che ti vieti, che non ti viene concesso, è tutto nella mia testa, un mondo di congiuntivi, se fosse, se avessi, se andassi, se diventasse, se davvero esistesse, un modo per, una via d’uscita da tenere presente. E i sogni, per quelli non c’è soluzione, i sogni sono sempre stati un problema. Poi col tempo si smette, si perdono le foglie dell’allegria nell’autunno della nostra passione, ma non è così poetico, c’è molto sangue e molta merda, la realtà acquisisce una consistenza particolare, si fa difficile, si moltiplicano le diramazioni, se non fai attenzione ti crescono i denti e i peli nelle orecchie. Man mano le scelte diminuiscono, si smette, un giorno smetti questo, un altro smetti quello, un pezzo per volta, restando aggrappato per evitare che l’aria ti strappi via, ti faccia cadere nei cespugli sulla massicciata, ti spinga a finire maciullato fra le ruote e i binari. Son contento di sentirti, magari per un po’ non risponderò ma ti leggerò comunque, ci sono degli ordini da rispettare, delle coincidenze da analizzare, a volte si deve tenere un basso profilo, guardare per terra e defilarsi, per via dei pericoli, dei cecchini, dei piccioni. L’amministratore mi ha detto che è al corrente della situazione e che manderà qualcuno a occuparsi dei piccioni, sembrava avere tutto sotto controllo e non possiamo fare altro che fidarci, che stare in attesa dei dispacci per eseguire nuove direttive. Nel frattempo c’è tutto un mondo là fuori, volendo, siamo in libera uscita e non abbiamo fatto niente per meritarcela. Ho smesso di fumare, ho smesso di combattere, ho smesso di strizzarmi le cose dentro, ho smesso anche di mangiare, di respirare, galleggio, nuoto pigramente sulla superficie, mi chiedo cosa voglio fare, davvero, e quanto tempo ho, davvero. Passo una grande quantità di tempo a scartare, perdere, mi stacco dei pezzi e li lascio cadere, sto cercando il vano batterie, la microspia, un biglietto con scritto complimenti hai vinto, oppure ritenta sarai più fortunato, in colori vivaci e con tanti punti esclamativi. Per cui sono preso in questo periodo, non ti preoccupare se non ti rispondo, starò giocando, ho ripreso a giocare, ci sono tanti giochi da fare, non ci si annoia mai, devo ancora finire libertà di franzen, starò guardando dei film o starò passando del tempo con mio figlio, oggi ha scritto sul diario un avviso e al posto di numerosi ha scritto rumorosi, intervenite rumorosi, la mia vita sarebbe molto più triste senza di lui. La punteggiatura fa schifo, la sintassi non ha ritmo, è una lettera essenziale, devo perdere tutto, restare come l’impiccato di quel giochino, un cerchio per la testa e il corpo di stanghette, devo smettere tutto, chiudere, restare acquattato in attesa di nuove istruzioni, come un paguro nel suo guscio, come un astronauta nella bara criogenica, e i sogni diventano cattivi, sentono l’odore della mia stanchezza, perché il pericolo viene da dentro, ti afferra dall’interno, in punti distanti e invisibili. Occorre restare concentrati sul banale, costruire cose con le mani, parlare del tempo, fingere di essere totalmente ignari e inconsapevoli, mischiarsi nella folla. Ti dico solo che stanotte, per la prima volta, non sono riuscito a ingannare le cose, i cosi. Prima di oggi c’ero sempre riuscito, aveva sempre funzionato, e il fatto che stavolta no è indicativo, è un avvertimento. Il freddo. Nel sogno c’è questo laghetto gelato, dentro una grotta, dove la luce è tenue e diffusa e azzurrognola. Da una collinetta scendono i cosi, le cose, scendono a danzare sul laghetto. Il freddo, la paura. L’unica è guidarle con una fiammella verso una trappola, un pozzo fatto di tempo attorcigliato dove i cosi, le cose, possano distrarsi e smarrirsi, almeno per un po’, prenderle una per volta all’amo e fornire false indicazioni mediante la danza della fiammella, la moltitudine di ombre ballerine proiettate intorno dalla fiammella. Ho acceso la punta della lama e l’ho fatta roteare sullo specchio e la cosa, il coso, al posto di continuare a guardare la fiammella si è voltato verso di me, mi ha fissato, potevo immaginare lo sguardo beffardo e il sorriso di scherno. Ho sentito montare la rabbia, ho sentito crescere il ringhio dentro la gola, i capelli che mi si rizzavano in testa, gli occhi strabuzzati. Non dovrebbero nemmeno accorgersi di me i cosi, le cose, figuriamoci starsene a fissarmi con aria di sfida. Mi sono svegliato con il dubbio terribile di aver emesso suoni disgustosi e terrificanti, mi è sembrato di sentire mia moglie che scappava cercando di non fare rumore, era più forte lo strusciare del lenzuolo sul pavimento del suo respiro, ma quando mi sono alzato mia moglie stava dormendo, mio figlio stava dormendo, non c’era niente e nessuno, è tutto nella testa, dentro alla testa. Non c’è nessun pericolo concreto, bisogna solo evitare di, è sufficiente avere scarpe comode e un cappello decente, dare il tempo ai cosi, alle cose, di calmarsi, di tornare dal loro padrone con la coda fra le gambe. Se scrivi ti leggerò comunque, se non ti risponderò sarà perché sto giocando, sto restando aggrappato, sto mantenendo l’equilibrio, sto impedendo che succeda o non succeda, e ci sono dei documentari molto interessanti alla tv, ieri ho visto un tizio che mangiava la testa di un astice, diceva che era come trovarsi di fronte una zuppa preconfezionata, diceva che doveva aver avuto un bel coraggio, o una bella fame, il primo pescatore che ne ha mangiato uno, perché sembra uno scarafaggio, e in effetti lo è, mi son detto, i crostacei sono parenti stretti degli insetti.

Raffaele Birlini

Mag
24

In effetti a un certo punto diventa pericoloso. Lo è sempre stato, naturalmente, ma a un certo punto. Quando ti accorgi che più della metà delle persone che incroci quotidianamente per strada, al supermercato, al lavoro, dal benzinaio, sulla metro, sui mezzi, al parco, per strada, al lavoro, a fare la spesa, nei negozi, sui mezzi, al cinema, sono più giovani di te, e la quasi totalità dell’altra metà è tua coetanea o giù di lì, e la maggior parte di quest’altra metà ti dà comunque del lei, e quel che resta sono anziani che non si accorgono del tuo passaggio finché non ti siedi un attimo a bere un caffè e hai comprato anche una mezza d’acqua e l’hai aperta e hai lasciato il tappino di plastica sul tavolo vicino al bordo e una vecchia lì vicino, sono sedute varie vecchie lì accanto, a parlare, fanno battute che sembrano scaricatori di porto rumeni, e ridono, cioè fanno versi simili a risate, e una di loro vede il tappino e allunga una specie di mano a prenderlo e chiede se può prenderlo, porta enormi occhiali scuri con la montatura fucsia, occhiali giganteschi, i capelli bianchi sfilacciati impigliati nelle stanghette, chiede se può prenderlo ed effettivamente prendendolo mentre lo chiede senza aspettare una risposta, per portarlo ai vecchi, dice, ai poveri. È sempre stato pericoloso, naturalmente, ma a un certo punto. Forse all’inizio ci se ne fregava. L’incoscienza, il fare le cose un tanto al chilo, o la va o la spacca, l’ingenuità. All’inizio era pericoloso anche all’inizio, probabilmente, anzi sicuramente, ma certo è che a un certo punto. All’inizio si fanno le cose così, alla cazzo di cane. Poi a un certo punto ok, va bene. Cosa se ne faranno i poveri di un tappino di plastica? O i vecchi. Cosa se ne faranno i vecchi di un tappino di plastica? Poi ok, volendo si può continuare a far tutto alla cazzo di cane, non succede mica niente, non muori mica […] cose no? Molte cose, da fare, nessuna delle quali però è interessante o utile o divertente allora resto rintanato nel buco, a scrivere, meglio restare nel buco anche perché ho fatto l’errore di rivedere quel film te lo ricordi? Ce l’hai presente? C’è qualcuno? Potete dirmelo? Insomma da quando ho fatto l’errore di rivedere quel film non posso fare niente, non riesco a fare più niente perché appena vado per fare qualcosa vedo la faccia di Daniel Day-Lewis che urla: ho abbandonato mio figlio, anche le cose più semplici tipo andare al bar ordinare un caffè, vado lì e apro la bocca per dire “un caffè per piacere” e vedo la faccia di Day-Lewis con gli occhi che non sa dove guardare, non si capisce dove guarda e urla: ho abbandonato mio figlio, ho abbandonato il mio bambino, e allora non riesco a dire più niente ed esco dal locale. Lo ripete svariate volte, a diversi volumi e toni e intensità, prima più piano, poi più forte, con diversi gradi di disperazione negli occhi: ho abbandonato mio figlio, ho abbandonato il mio bambino. Io non ho figli ma ho fatto l’errore di rivedere quel film sicché aspetto che passi l’effetto stando rintanato nel buco onde evitare di comm

Apr
26

Non posso scrivere, sto deframmentando, sto depurando la mente, sto cercando di trovare motivi per vedere i lati positivi che non sia l’ignorare apposta tutte le prove a sfavore. Perché una volta era più facile essere contento, era più facile non permettere a nessuno di farmi arrabbiare. No, ripensandoci, era facile anche prima farmi arrabbiare, solo che non abbassavo la guardia, evitavo i posti, le persone, non guardavo, non ascoltavo, avevo il fucile del vaffanculo in modalità automatica, appena un deficiente qualsiasi apriva bocca per dire cazzate o faceva qualcosa di stupido bam-bam-bam-bam, partiva una raffica di vaffanculo silenziosi, della specie più velenosa, piccoli vaffanculo appuntiti a frammentazione, di quelli che nascondi dietro al sorriso, dentro a una stretta di mano, nelle pieghe fra le emissioni delle risate di copertura. Non so quanto ci vorrà per recuperare la voglia di non dare tutto per scontato, perduto, inutile. Potrei mettermi qui a specificare nel dettaglio i ragionamenti che stanno alla base delle mie decisioni comportamentali, ma si configura anch’essa come una giustificazione da rendere comprensibile, accettabile, uno sbattersi per fare in modo che l’interlocutore dica capisco, ti comprendo, ti sostengo, ti accetto, ti concedo di essere come sei, ti autorizzo a pensarla così, ti do la mia benedizione. E partirebbe il vaffanculo se non fosse che sono così schifato da avere anche il vaffanculo scarico. Non entrerò nei dettagli, in fondo i dettagli sono intercambiabili, è meglio pensare che non siano i dettagli a formare il mio stato di malessere passato presente e futuro ma che sia la mia incapacità momentanea di sparare vaffanculo a cercare dettagli per metterci una pezza, razionalizzare la defaillance, insistere sulla possibilità di salvezza, sull’esistenza di una via di uscita nel labirinto per topi dove i muri trasudano odio e viene diffuso nell’aria odore di trappola. Si deve pensare che si incontreranno persone buone, almeno una, come nella fine de la strada ci mccarthy, come nei libri di king, lascia che mi dilunghi un momento su king perché stanotte sognavo che il comune mi costruiva davanti alla porta di casa una fabbrica blucobalto solo per il gusto di punirmi per la mia pretesa di venire rispettato dal potere, se il babbeo con la fascia da pubblico ufficiale si può associare alla dignità del potere alla stregua di un condottiero, e c’erano dei camini d’acciaio a fan nuvole di fumo nero, c’erano larghe vetrate pulitissime con facce di impiegati a spiare fuori con aria mista fra disinteresse nauseato e perfida goduria, tutto l’insieme non aveva ragione, non aveva senso, era solo esalazione di caos, non c’era neppure il gusto di sentirsi oppressi dal male, non c’era malvagità finalizzata ma puro e semplice esercizio della bestialità. Cosa c’entra king, niente, mi sono svegliato col mal di cuore, mi capita spesso, sono secoli che qualcosa dentro il mio petto si raggrinzisce quando è sicuro che dormo, e quando mi sveglio riprende a battere come se niente fosse, come se non volesse rendermi partecipe dei suoi problemi, tentasse di tenermi al sicuro, di permettermi la felicità pagandola tutta di tasca sua, e stamattina siccome era presto, sono secoli che mi sveglio presto e ogni volta è come se fosse una sfida a cogliere qualcosa prima che svanisca, ogni volta ci sono quasi e sono sicuro di avercela ma quando apro la mano c’è solo il fatto piatto e grigio che è presto, non c’è magia, non c’è niente, solo il preannunciarsi della fatica che sarà. Vedi che non posso scrivere, sono troppo pieno di informazioni, in sovraccarico ma anche esaurito, la lancetta che balla a destra e sinistra come dorante una tempesta magnetica, sarà la primavera, sarà che non ho più voglia, mi sono stufato, e mi chiedo fino a quando mi sarà dato di reinventarmi, riscoprirmi, avere la forza di dire sì, va bene, un altro passo, un altro sorso, un altro boccone. Perché stamattina, a parte quella cosa su king che ti sto per dire, ho pensato le società primitive, uno si sveglia quando ha dormito abbastanza e cosa fa, nel senso non accende la tv per farsi spaventare delle news, non fa la doccia perché non ha l’impianto idraulico in casa, non si profuma perché non ha profumo al massimo un pezzo di sapone che profuma appunto di sapone e basta, non si cambia perché non ha la lavatrice e il ferro da stiro a vapore che ti ciuccia due megawatt, si prepara la colazione sul fuoco di legna, una tisana forse, un uovo sodo, poi esce di casa e cosa fa, se è agricoltore lavora solo qualche messe all’anno, lo so perché i miei nonni erano poveri, non c’è bisogno di andare al medioevo per capire cos’era la vita prima delle industrie e dei supermercati, se alleva degli animali passa a dargli una dose di foraggio. Fine, la sua giornata è finita, adesso cosa fa il resto del giorno? Se è nell’esercito fa le guardie, si allena a combattere. Se è mercante va al suo banchetto, al suo negozio. Se è sarto, fabbro, lavandaio, macellaio, panettiere, medico c’ha il suo lavoro da fare. Ma qui siamo già avanti, siamo già in un’economia sviluppata. Se vive in un villaggio di cosa parla? Della possibilità di un messaggio dal mondo degli spiriti qualora si trovi uno scorpione morto nel letto? Si scommette sul fatto che pioverà, si fanno pettegolezzi infiniti sui rispettivi pregi e difetti? Non posso scrivere in queste condizioni. King ho capito finalmente perché scrive storie affascinanti: ci sfida a mantenerci calmi e fiduciosi davanti alla devastante bugia che ci racconta il progresso innescato dalla rivoluzione industriale. King è ritrovarsi una fabbrica blu cobalto davanti alla porta di casa. King ci piace perché ci dice vi stanno ingannando, ci dice ragazzi siete nella merda ma è meglio che non ci pensate, è meglio che fate finta di niente e pensate solo a godervela finché dura. Dico il primo king, quando non era ancora stato, quando non aveva accettato di, prima che la critica, la sua storia personale, le influenze e il normale decadimento delle funzioni, dico il king specifico del lupo vestito da nonnina, che tu dici che occhi grandi e ti rifiuti di pensare che non è la nonnina e ti trovi in gravissimo e immediato pericolo di vita, dici che denti grandi e non puoi immaginare la tua pancia squarciata e il tuo fegato maciullato da quei denti perché significherebbe perdere il controllo, cadere nel panico, mettersi a tremare, pisciarsi addosso, piangere gridando ti prego farò tutto quello che vuoi ma non farmi male, invece è più facile raccontarsi che se si continua a fingere che sia nonnina allora diventerà nonnina, si scoprirà che mi stavo sbagliando, che la realtà così come ci piace pensarla non si è disfatta, non siamo stati sopraffatti dal marciume di un mondo irrazionale, dove il petrolio finisce, si muore di fame, ci si ammazza, in fondo sappiamo che a nessuno interessa davvero qualcosa degli altri. King ci mostra una società perfetta che va in frantumi, così, senza motivo, per disillusione, per l’intervento di una volontà distruttiva più forte di qualsiasi tentativo di tenere assieme le cose, che per quanto sei buoni, ti comporti bene, ami, soffri, fatichi, non riuscirai a impedire il trionfo dell’entropia, di una lenta e insensata dissoluzione. King ci mette il lieto fine, ci mette un ragno gigante, un oggetto incaricato di contenere il male affinché l’eroe possa toglierlo di mezzo. King in questo bara ma tu lo compreresti king se finisse i suoi libri dicendo il ragno li divorò tutti e si mise a dormire in attesa dell’arrivo di nuovi ingenui creduloni fessacchiotti da torturare prima nutrendo le loro aspettative e poi strappando loro una alla volta ogni possibile fonte di gioia e speranza al fine di renderli più gustosi. King arriva il freddo e ti accorgi che tutto ruota attorno a un generatore di corrente, fino a ieri erano tutti felici e sereni a far cuocere salcicce sulla brace, a dire battute, baciare amanti, nutrire figli, ascoltare musica, e adesso fissano orripilati il generatore che rantola, che si spegne. E fra di loro emergono tradimenti, bugie, truffe, egoismi, vendette. È inutile che continuano a parlare di king associandolo a gusti popolari grezzi, a racconti da giornali pornografici che leggono i camionisti rintanati nei cessi delle stazioni di servizio mentre lottano con le emorroidi cercando di espellere l’ennesimo panino lardoso che è la particola consacrata della chiesa godereccia consumista occidentale. È inutile che mi parlano di quanto poco è letterario, di quanto è scontato, di come rimanga un mistero la matematica del successo in quest’epoca di smarrimento e decadenza morale. King dice che orecchie grandi che hai, dice si trovava a passare di lì un cacciatore. Non posso scrivere conciato così, mi devo riprendere, stamattina poi mi son dimenticato il topolino dei denti, mio figlio si è alzato e ha detto papa, vieni, andiamo a vedere se è passato il topolino dei denti, e il topolino dei denti non era passato, gli ho detto non ti preoccupare il topolino dei denti fa così, a volte ritarda, sai quanti denti ha dovuto pagare stanotte, vedrai che arriverà mentre sei a scuola, e poi ho messo su il caffè e sono riuscito a mettere i soldi sotto il bicchiere e dopo un po’ gli ho detto mi è sembrato di sentire un ruomre, e lui ha detto quale rumore, ho detto non so, sembrava uno squittio, ma non voglio andare a vedere perché ho paura di spaventare il topino dei denti, e lui saltellava, non sapeva cosa fare, mi ha detto nemmeno io voglio andare a vedere, così gli ho detto prova a sentire, forse ha finito e se n’è andato, prova a sbirciare, e quando ha trovato le monete era felice, gridava è passato, il topolino è passato! Poi mi ha detto di non preoccuparmi che adesso disneyland lo paga lui, mi ha fatto vedere una mossa speciale che disarma i nemici, ha cantato e ballato la sigla dei pinguini di madagascar, e quando finalmente siamo usciti di casa per andare a scuola mi sono accorto che aveva indossato una scarpa blu e una marrone. Non ce la faccio, devo anche finire libertà di franzen, devo raccogliere dei fiori da portare alla maestra di disegno, c’è la routine domestica da portare avanti, e poi chi se ne frega, a che serve, almeno quando preparo la pizza poi la mangio, mi rimane qualcosa nella pancia, a scrivere invece mi svuoto e poi rimango con la sensazione che a qualcuno dia pure fastidio, che ci sia qualcosa sotto al letto, qualcuno là fuori che mi studia da lontano e accarezza l’idea di appendere la mia testa in salotto. Insistere nel valore intrinseco del fare letteratura è come convincersi di poter stare a galla per sempre, i pochi che da riva trovano interessante osservare il ritmico affondare e riemergere della tua testa a un certo punto non ti vedono più e fanno spallucce, al massimo dicono che peccato e dopo due minuti ti hanno dimenticato.

Raffaele Birlini

 

Apr
24

Niente, lascia perdere, non farci caso, non voglio disturbarti, so che stai giocando a Guild Wars e lungi da me disturbare una persona mentre sta giocando, so benissimo che il gioco è una questione molto seria, io stesso quando giocavo a World of Warcraft delle volte mi vedevo dall’esterno, avevo smesso di fumare e usavo World of Warcraft al posto delle sigarette e delle volte mi capitava che stavo giocando e di colpo mi vedevo da fuori, ero in piedi in un angolo della stanza e vedevo me stesso mentre giocavo, non potevo vedermi la faccia ma sapevo che era molto seria e concentrata, un bastoncino di plastica di quelli che ti danno al bar quando prendi un caffè da asporto infilato all’angolo della bocca, usavo i bastoncini di plastica al posto delle sigarette, e mi osservavo in silenzio e non mi sognavo neanche di disturbarmi mentre giocavo succhiando il bastoncino di plastica che era ormai eroso e spuntato perché so benissimo che il gioco è una questione molto seria, disturbare una persona mentre è assorta nel gioco è come svegliare un sonnambulo, molestare il cane che dorme, stuzzicare un nido di serpi con un bastone, perciò non preoccuparti, continua pure a giocare come se non ci fossi, come se tu non ci fossi intendo, è solo che devo togliere le cose vecchie, a un certo punto non sopporto più di aprire il blog e vedere sempre quelle cose vecchie che diventano sempre più vecchie, perciò ora ti racconto un film nuovo che ho visto ieri sera. È un film in 2k digitale che si vede e si sente molto bene, anche troppo per i miei gusti ma forse solo perché avevo le lenti a contatto. Comunque, comincia che ci sono questi tizi della NASA, anzi no non sono della NASA, sono degli studiosi non meglio specificati, che hanno individuato un pianeta simile alla Terra dove potrebbe esserci la vita e mandano dei segnali verso questo pianeta e aspettano di ricevere una risposta. Poi ci sono due fratelli, uno è comandante in marina mega disciplinato e l’altro è un bambinone irresponsabile ed è il compleanno del bambinone e sono al pub che bevono delle birre. Il comandante della marina è quello che fa il cattivo nel remake di “Cane di paglia” e parla con suo fratello e gli dice insomma è il tuo compleanno, è una buona occasione per mettere finalmente la testa a posto, trovare un lavoro, ad esempio conosco un tizio che potrebbe farti avere un lavoro, e crescere e trovare il proprio posto nel mondo e tutte queste cose qua, insomma un po’ una predica ma in tono gentile, detta da uno che ti vuole bene, e gli vuole veramente bene perché è suo fratello. Poi entra una bionda tipo strafica californiana che apparentemente è molto bella ma secondo me, se la vedi dal vero non è poi così bella, certo non è una racchia ma probabilmente non è niente di speciale, troppo alta, troppo grossa, tette troppo grandi che nel giro di pochi anni si afflosceranno, mentre invece quella che si vede dopo, più avanti nel film entra in scena una di quelle davvero pese, quegli incroci di razze che non capisci se è messicana, nera, mulatta, indiana, portoricana o Dio sa che altro, maya, inca, con gli occhi molto grandi e non proprio a mandorla ma quasi, con ciglia molto lunghe e di un colore, qui andiamo oltre il daltonismo e la comune percezione umana dei colori, un colore che potrebbe essere grigio-verde, azzurro-violetto, ma sarebbe riduttivo; diciamo il colore di un piccolo specchio d’acqua in una regione montuosa inesplorata nel quale si riflette un cielo dove nuvole temporalesche si rincorrono spinte da un vento gelido. Giusto per darti una vaga idea. Comunque questa tizia entra in scena più avanti. Per adesso c’è la tizia bionda che entra nel pub dove sono i due fratelli e il bambinone dice sì sì, ok il lavoro bla bla, e va al bancone dove la bionda ha ordinato un burrito ma la cucina è chiusa e allora il bambinone si offre di portarle un burrito entro 5 minuti, e così esce e va al negozio di burritos che però è chiuso, sicché si introduce illegalmente nella struttura e tramite i monitor di sorveglianza lo vediamo prendere un burrito dal frigo e metterlo nel forno a microonde e poi vediamo che arriva la polizia e lo stende coi teaser, tazer, come si dice, quegli aggeggi che sparano cavi elettrificati, ma non prima che sia riuscito a consegnare il burrito alla sua bella. Poi vediamo che si risveglia in casa di suo fratello che l’ha messo in una vasca di ghiaccio per fargli smaltire la sbronza e suo fratello è davvero incazzato e dice adesso basta, e lo costringe ad arruolarsi in marina. Poi lo vediamo arruolato che è fidanzato con la bionda e arriva in ritardo a una cerimonia pesa della marina presieduta da un comandante cazzuto che è Liam Neeson ed è pure il padre della bionda a cui lui vuole chiedere di sposare la figlia ma non trova il coraggio e anzi combina un casino mettendosi a fare a botte con un capitano giapponese e poi finiscono entrambi a rapporto da Liam Neeson che dice al bambinone che è un fallito, un cazzone della peggior specie e che si goda questa giornata perché sarà una delle sue ultime nella marina degli Stati Uniti, o qualcosa del genere. Poi c’è un’esercitazione della marina con le navi, le portaerei, e nel frattempo arrivano gli alieni con le astronavi che cascano dentro il mare proprio nei pressi delle navi della marina e alzano un campo di forza attorno alla zona e in tre secondi disintegrano due o tre navi della marina tra cui quella del fratello del bambinone e il bambinone si ritrova orfano del fratello a bordo di una nave danneggiata e un sacco di morti e feriti e poi si scopre che lui è il più alto in grado e la gente inizia a chiamarlo comandante e così è costretto a far fronte alle responsabilità e finalmente volente o nolente diventare un vero uomo sopportando anche il lutto della morte del fratello ecc ecc. Poi gli alieni dalla loro base nell’oceano proiettano fuori delle palle rotanti che vanno in giro per gli USA distruggendo autostrade e basi militari e poi il capitano della nave giapponese viene raccolto in mare dalla nave comandata dal bambinone, che è il capitano col quale aveva fatto a botte, e così sono costretti a collaborare scoprendo il potere dell’unione fa la forza e l’onore e tutte le solite palle e all’inizio si odiano e vogliono ancora fare a botte ma poi si uniscono per salvare il mondo e bla bla bla. Poi scoprono che gli alieni hanno un casco speciale che li difende dal sole perché non sopportano il sole e ce ne sono due tipi, di alieni, uno smilzo meno potente, ma comunque potente, e uno più grosso e molto incazzato, ma poi c’è il nero grosso che ha perso le gambe ed è depresso perché un soldato senza gambe è solo un mezzo soldato e non conta più un cazzo ma poi vive la sua redenzione e riscatto andando addosso a un alieno del tipo grosso e prendendolo a pugni a mani nude e capendo così che non tutto è perduto e che il valore e la patria e via discorrendo. Poi la tizia maya o inca o quel che è, una visione surreale, è quella addetta ai comandi delle armi della nave, ma poi a pensarci bene il film è una gran pizza finanziato probabilmente dall’esercito USA che addirittura c’è la scena della nave storica capitanata dai veterani vecchi bacucchi della marina USA per far capire che le cose nuove computerizzate sono una merda e i vecchi metodi sono sempre i mi

Apr
06

Ma no dai, aspetta un attimo, siediti un secondo, fumiamoci una sigaretta, ah no OK, va bè fai come vuoi, ah 2 anni? già 2 anni? certo che vola il tempo quando ci si diverte, va bè fai come vuoi, qui piove sabbia. Non è uno scherzo, piove davvero sabbia, non è una cosa letteraria per far poesia per dire la sabbia, la polvere del tempo ecc, piove davvero sabbia, gli abbaini sono ricoperti di sabbia, bisognerebbe andar sul tetto, strofinare, pulire, un po’ è filtrata anche dentro casa, sul pavimento, sembrano trucioli di legno, segatura, è molto chiara, più chiara di quella di quando andavo al mare, non è uno scherzo e nemmeno letteratura, forse è un segno. Va bè fai come vuoi, non voglio trattenerti, lasciami pure qui come uno sfigato a sognare Eloisa, l’ho sognata anche stanotte, è la seconda notte consecutiva, sarà un segno? sì, è vero, è passato il suo compleanno e non le ho fatto gli auguri, neppure un messaggio, niente, sicché ieri notte ho sognato che eravamo al ristorante, tutti i tavoli erano vuoti tranne uno al quale sedeva un uomo coi capelli bianchi e un sorriso triangolare. Lei indossava una gonna a fiori troppo corta e una maglietta bianca e stava in piedi contro il muro accanto all’uomo, quasi schiacciata tra il tavolo e il muro, e l’uomo non mangiava niente e sorrideva con quel triangolo che aveva per bocca, sorrideva ora a me ora a lei, chiedeva se si potevano abbassare un po’ le luci. Io volevo dire a Eloisa di venire via di lì, chiederle cosa faceva lì quando aveva tutto il ristorante a sua disposizione perché doveva stare schiacciata in quel modo, in piedi, scomoda accanto a quello sconosciuto con un triangolo al posto della bocca. Ma non dicevo niente, mi avvicinavo e mi stringevo anch’io in quello spazio stretto tra il tavolo e il muro e Eloisa mi abbracciava forte e ci baciavamo a lungo. Ah, ma voi vi conoscete, diceva l’uomo con una certa soddisfazione. Non potevo vederlo ma sapevo che sedeva composto, le mani intrecciate sul tavolo sopra al tovagliolo ripiegato, il piatto vuoto, il bicchiere inutilizzato ancora capovolto, nessuna traccia di cibo. Stanotte invece, mi svegliavo in una grande casa buia e cominciavo a dipingere. Girellavo per le stanze, sembrava che c’era qualcuno e invece non c’era nessuno, forse si nascondevano, venite fuori gridavo un paio di volte, ma nessuno si mostrava, anch’io non ero molto convinto, tornavo nella stanza da letto dove c’era un grande pannello con un quadro a metà che presumibilmente ero stato io a cominciare, e mi mettevo a dipingere. Prendevo del nero e disegnavo grandi quadrati neri e la vernice era piena di grumi e colava per terra. Sentivo dei rumori, c’è qualcuno gridavo disinteressato, non molto convinto. Venite fuori dicevo, ma nessuno si mostrava e mi accorgevo che un grosso gatto nero stava acciambellato ai piedi del letto e mi guardava. Poi compariva Eloisa. Ah sei tu, dicevo, e ci spostavamo in una stanza più buia e facevamo del sesso tranquillo sul pavimento e non riuscivo a vederle il viso. Era buio, aveva i capelli davanti, provavo a spostarle i capelli ma il suo viso sembrava lontanissimo, eppure era sopra di me, non potevo vederle il viso. La casa era enorme con tante stanze che non potevamo vederle tutte. Una cucina piena di oggetti blu. Presto sarebbe venuto qualcuno a prendere il quadro, finito o no. Il nero non va bene, diceva Eloisa, dopotutto era lei la pittrice. Stavo per svegliarmi, resta qui le dicevo inutilmente.

Apr
04

Non faccio più niente per qualche giorno, poi si vedrà, può darsi che torno può darsi che no. Forse abbiamo finito, rinfoderiamo, esce gw2, il contagio è avvenuto e galoppiamo via a sfidare i coccodrilli a saltar fuori dal nulla e prenderci per il collo. Cos’abbiamo da perdere? Potrebbe essere divertente, perché oggi non ce la faccio, sono schifato, amareggiato, demotivato, ho telefonato a mia madre e le ho detto sono stanco, lei ha detto mi dispiace, e io mi sono arrabbiato, le ho detto perché ti devi dispiacere? Non è colpa tua, le ho detto, e lei ha detto non fa niente, mi dispiace lo stesso, e allora cosa vuoi dirle? Le ho detto fa come vuoi, fa come ti pare, tanto hai sempre ragione te. E lei è stata zitta perché si vede che non aveva voglia di litigare e allora le ho detto qua si è rotto l’ascensore mi devo fare sedici piani di scale al giorno, come minimo, ho dormito male e quando mi sono svegliato c’era quell’uccello che canta felice anche se è notte, e lei come previsto ha detto l’usignolo, e io mi sono arrabbiato, le ho detto sei fissata di sapere le cose, come fai a dirlo che non l’hai nemmeno sentito, e lei ha detto secondo me è un usignolo, e io le ho detto lo so, me l’hai già detto, non sono mica scemo, le ho detto dai, su, non farmi venire i nervi che son due anni che ho smesso e non passa giorno senza che ho voglia di fumare, e lei sai cos’ha detto? Ha detto fuma. Non fa apposta, non dice le cose per farmi venire i nervi, solo che è fatta così. Le ho detto ma come fuma, adesso che son libero dovrei tornare schiavo? E lei dice io se avessi voglia di fumare io fumerei. Non c’è niente da fare, ha sempre ragione lei, non si riesce a discutere con serenità delle cose, alla fine sospiro e dico vabbè, ci sentiamo domani. E invece la richiamo perché mi vien voglia di fare la carbonare e non mi ricordo mai le ricette, le sequenze, i dosaggi, e viene fuori una telefonata normale, si dilunga nelle spiegazioni ma non si litiga, per questo il metodo è sbagliato, perché dovremmo parlare solo di minuti, grammi, portare a bollore, fiamma moderata, dovremmo parlare solo dell’unico modo giusto di fare qualcosa, lasciando spazio ai gusti personali, quanto basta, a piacere, manciate, a occhio, più o meno. Ci son giorni come oggi che raggiungo l’apice del ribrezzo, in generale, che non ce la faccio, mi vengono fuori gli haiku,

Iniziano le vacanze,
mio figlio sembra grandissimo.

Mi vengono fuori commenti provocatori sotto falso nome che è come andare a caccia del bisonte, perché noi siamo i bisonti, gli gnu, e non solo sappiamo che verremo cacciati ma vogliamo essere scelti, finire nel mirino, bramiamo la sfida per la sopravvivenza quando ci annoiamo della prateria e ci sentiamo inutili, vette e precipizi di senso che si aprono e si chiudono davanti ai nostri occhi come spettacoli di intrattenimento per ragazzini ipereccitati dalla vita, quando il sangue è dolce e il futuro accogliente. Scusa, mi son distratto, in realtà non lo so, ho visto un pezzo di film ieri che si intitolava another year dove c’è una coppia di sani di mente, di equilibrati, di autoanalizzati, psicologicamente puri, marito e moglie iperguariti, se mai furono malati, che invitano a cena amici depressi e stanno attenti a non infierire, a essere delicati, e c’era tanto di quel compatimento compiaciuto nei loro modi che mi ha fatto venire i nervi, ho pensato che è una cosa comune il percepire se stessi come immuni, superiori, impermeabili, in grado di accudire chi si trova nei guai, di prendersi cura dei feriti ma senza farlo pesare, senza il peso della gratitudine di chi non te l’ha chiesto, non lo voleva neppure, perché gli piaceva essere malato e tu gli hai rotto il giocattolo, la consolazione di potersi commiserare in pace, senza qualche supervisore di larghe vedute che finge di ignorare i tuoi problemi per farti un favore, salvo poi scambiare occhiate alle tue spalle e scuotere la testa. Ci sono giorno come oggi che sono così stufo da dire non ce la faccio, ho pure il mal di testa, mi trema la palpebra, mi faccio piani e piani di scale per via dell’ascensore rotto, il tecnico ha detto che s’è bruciato il variatore e io ho riso, sono sempre contento quando sento una parola nuova, sono andato a googlare e non è una parola inventata, è una specie di meccanismo per regolare la velocità, una frizione, un cambio, un differenziale, non ho approfondito. Secondo me variatore è una bella parola, chissà se mi capiterà mai l’occasione di sfoggiarla, in effetti il tecnico si aspettava che gli chiedessi di più, forse è rimasto deluso, ma la vita è così, non va mai come dovrebbe.

Raffaele Birlini